Dic 11, 2019 - Senza categoria    No Comments

Questa sono io…forse

Trent’anni e ritrovarsi a pensare ma sono io? Prima ero una ragazza solare, sognatrice, ottimista, credevo nella speranza, spensierata anche se con delle responsabilità, sono sempre stata responsabile di carattere, troppo, tanto che si è evoluto in istinto di protezione assoluto verso le persone che amo al di fuori del normale, quindi maniaca del controllo e anche questo l’ho sempre avuto nei miei connotati. Sono sempre venuti prima gli altri, totalmente empatica con i loro problemi tanto che diventavano miei. Se vedevo un’ingiustizia o c’era da difendere qualcuno, usciva un’aggressività verbale decisamente fuori controllo, del tipo come passare dalla parte del torto. Ho sempre avuto sbalzi d’umore, ma per lo più ero in up, perciò una ragazza sempre sorridente, battuta pronta, dolce, e con le persone a me più vicine un distributore di amore puro, i momenti di down invece erano sporadici e li ignoravo, ci convivevo da sempre perciò per me era normale che ogni tanto mi venisse da piangere allo sfinimento da non riuscire a respirare fino sentirmi quasi svenire. Era ovvio che non fosse così, come era ovvio che non ci fosse un equilibrio in me. Passare dall’essere super emozionata, manco fossi stata una bambina, per aver fatto l’albero di Natale e addobbato tutta casa con le canzoncine natalizie in sottofondo canticchiando tutta piena di gioia, pronta a festeggiare il mio compleanno la sera stessa e poi ritrovarsi nel letto a piangere a singhiozzi con il mio fidanzato vicino che mi chiede: ” Ma cosa è successo? ” e io che non posso rispondere perchè i singhiozzi mi fanno morire la voce in gola e poi perchè l’unica risposta che mi viene da dare non è minimamente sensata. Ma poi passa, e vai avanti così, anni, ignori, e intanto quel pensiero che ogni volta rigetti insieme ad altri ti infettano, e si fanno sempre più insidiosi, fino a che un bel giorno non sei completamente marcio dentro e l’unico pensiero che hai è basta, non voglio più pensare. Ti senti come avvolto completamente da una cappa nera e hai la sensazione che nessuno possa capirti, quelli che hai sempre difeso e amato alla follia li senti distanti anni luce, senti il dolore e vuoi solo quello, ti nutri di quello. E’ passato un anno da quando sono uscita dalla cappa nera, e sto iniziando a capire qualcosa, dopo due anni che sto facendo un percorso ho compreso cosa voleva dirmi con problemi di gestione dell’emozioni anche se non ho ancora assolutamente imparato a gestirle, ma ci sto lavorando.Oggi chi sono? Non lo so di preciso, credo che in me si sia creata una parte cinica, non sogno, non credo nel destino e non ripongo speranze nel futuro, la mia parte solare è chiusa in una scatola suppongo, sempre messo che esista ancora. Ogni tanto rido certo, o perchè sono sul lavoro e devo o magari rido sinceramente, ma la mia risata per cui ero ” famosa” e per la quale mi prendevano anche in giro ( era davvero sonora) non mi è più uscita.Mi è capitato di conoscere gente e vederla giù, e mi raccontassero che in passato non fossero così che la vita ti cambia, io cercavo sempre di tirargli su il morale in qualche modo e mi rispondevano con un sorriso mesto, adesso con lo stesso sorriso capisco.

Nov 17, 2019 - Senza categoria    No Comments

Un rapporto mozzato…

L’ipocrisia, una maschera troppo difficile da levare, sopratutto se ad indossarla è una persona priva di coscienza. Non ti piace fare i conti con le azioni dolose compiute, se ne hai l’occasione intervieni con sproloqui giusto per ferire il prossimo e apparire te come essere migliore quando di buono hai fatto poco o nulla. Mai presente nel momento del bisogno ma solo quando torna comodo a TE stesso. Ferisci, forse inconsapevole, non l’ho ancora compreso, ma non cambia il risultato, lo fai, distruggi qualunque cosa tu possa toccare. Dovresti essere un fratello, almeno il sangue dice questo ma mai sentito come tale. L’unica mia arma l’indifferenza. Ho rinunciato a discutere o chiarire, è inutile, non è possibile parlare, sei solo pieno di te stesso e non metti minimamente in dubbio un tuo possibile errore, non sei capace di chiedere scusa, e pensare che ti basterebbe meditare sui motivi  per il quale la tua vita sia così un gran casino, ma per te non è mai colpa tua. Il mio più grosso dispiacere gli occhi di due genitori feriti, ogni volta come fosse la prima, impossibile per loro arrendersi.

 

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Nov 9, 2019 - Senza categoria    No Comments

Come il mare

 

Giorno 1

Il sole risplendeva sul mare creando dei meravigliosi sberluccichii, poteva sembrare che a qualcuno fosse caduto un enorme sacco di brillantini…Questa vista dovrebbe dare pace, insieme al calore del sole sulla pelle un senso di benessere, ma non era così.
Tormento.Già, Lei si dava il tormento. Dentro era in una centrifuga. Il suo cervello era aggrovigliato come una matassa di fili, non riusciva a trovarne più il capo, e nello stomaco aveva un rospo che saltava senza sosta, rischiava il tilt. Non sapeva da che parte girarsi, persa, come se fosse in un posto sconosciuto e non trovasse più la via di casa e nessuno a cui poter chiedere informazioni. Anche Lui era perso, non aveva idea di dove fosse e cosa volesse, non lo sapeva più.
Come potevano ritrovarsi? Si amavano così tanto…
Lei era sicura di non volerlo perdere, voleva ritrovarlo, ma come fare?
Doveva fargli sentire di nuovo il calore del sole sulla pelle, e vedere lo sberluccichio del mare, ma Lui era veramente in là…non lo avrebbe sentito, non sarebbe bastato.
Lui le aveva promesso che si sarebbe fermato, Lui si sapeva controllare, ma era ovvio che non poteva essere così, non poteva controllare certe cose, il buio ti inghiotte che neppure te ne accorgi, e mentre lo sta facendo ti lasci coccolare da quel “dolce” male, perchè non hai più le forze per combatterlo, e ti sembra che farti del male sia così piacevole…
Lei lo sa bene… Lei gli ha teso la mano come sempre, ma Lui l’ha cacciata… non ha voluto il suo aiuto, l’ha rifiutata, l’ha rigettata. Ma quanto era in là?
Impossibile da dirsi, non comunicava, stava davvero male.
Giorno 2
Il sole continuava a rispendere alto nel cielo su questo mare meravigliosamente calmo e luminoso, una bellissima tiepida giornata di primavera.
Quella era la realtà dei fatti ma non quella percepita.
Grossi nuvoloni neri carichi di pioggia acida, mare grosso, molto agitato, nero.
Una barca in balia in mezzo a quella potenza distruttrice, due anime in naufragio.
Lui le disse che Lei era la sua ancora, l’aveva gettata in mare, ma quelle onde erano troppo forti, e le correnti la facevano raschiare sul fondo.
Lei non riusciva a vederlo da laggiù, era tutto buio e c’era la terra smossa da quel delirio, e poi chissà dove potesse essere finito, chissà la corrente dove lo avrebbe portato? Magari era ancora sulla barca, magari non era ancora stato sbalzato fuori. Lei avrebbe cercato di resistere in ogni modo, non avrebbe mollato la presa, bisognava solo attendere la fine di quella maledetta tempesta, e che Lui salpasse l’ancora salvandola a sua volta.
Giorni seguenti….
La tempesta era passata, era stata davvero impetuosa ma il dolore delle due anime si era fuso esplodendo insieme, liberandosi l’uno nell’altro lasciandosi abbandonare nell’abbraccio della comprensione, si, perchè si capivano più di quanto potesse credere, il loro male era molto più simile di quanto avessero mai potuto immaginare.
Lui la salpò a sè come la sua ancora più preziosa e Lei si strinse a Lui come fosse una cima con un nodo impossibile da sciogliere, Lui il suo Porto sicuro dove poteva riporre il suo tesoro più geloso, l’amore.
E’ buffo come la percezione del tempo sia così soggettiva. Mentre le loro anime erano in mezzo alla tempesta sui loro volti risplendeva un sole primaverile tiepido, cielo azzurro, mare cristallino, ma i loro occhi erano buii e spenti, una volta usciti dalla tempesta nelle loro anime rispendeva un sole caldo e la luce accendeva i loro occhi, ma fuori il tempo non ha risparmiato nessuno, mareggiate, temporali e grandine…

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Ott 21, 2019 - Senza categoria    No Comments

Nonna, per non dimenticarti

Il terrore che il tempo mi porti via questi stralci di ricordi mi logora, ma penso che per quanto possa perdere la nitidezza del passato, il significato che hai avuto nella mia vita non potrà mai mutare, non è possibile, sono qui, oggi dopo quindici anni dalla tua dipartita a scrivere ancora di te come se ci fosse un filo conduttore tra questo computer e qualche mondo parallelo dove, in qualche modo, assolutamente fantastico, tu possa leggere ciò che scrivo.

Questa è pura follia, o meglio, è chiaro che il dolore porti ad immaginare le cose più assurde.

So bene che nonna non esiste più, però è viva più che mai dentro di me, tanto quanto la ferita che ha lasciato. Quindi se io continuo a scrivere di lei, lei continuerà ad esistere, non solo nei miei pensieri ma anche per chi avrà voglia di leggere e immaginare ciò che scrivo.

Ricordo i tuoi occhi grigi dietro a quegli occhiali abbastanza grossi con le lenti leggermente fumè. Ricordo i tuoi capelli cotonati, tinti di un castano dorato, quando li lavavi ti mettevi sempre i bigodini e ci tenevi parecchio ad essere curata, una volta al mese andavi dal parrucchiere.Mi ricordo quando ti preparavi per uscire, eri impeccabile. Indossavi sempre dei vestiti, pantaloni solo per lavorare in giardino. Me ne ricordo uno nero con delle rose rosa, mi piaceva tanto quel visto, era il mio preferito. Portavi sempre la sottana e se inverno le calze, scarpette rigorosamente nere con po’ di tacco. Indossavi sempre la tua collana d’oro che per ciondoli aveva un crocifisso piccolino e sobrio come te e la fede nuziale di nonno dalla quale non ti separavi mai. Ma prima di uscire non scordavi mai di mettere l’ orologio che ti aveva regalo nonno, quello con il cinturino di pelle nera e al fianco della rotellina aveva un piccolo ciondolino a forma di cuore con una minuscola gemma rossa al centro. Ultimo tocco crema su viso e mani, ne sento ancora il profumo, e un velo di rossetto su quelle sottilissime labbra che spesso sono state costrette a rimanere serrate, ma tua voce la sento ancora forte e chiara e i valori chi mi hai dato spero non svaniscano mai.

Hai sempre mostrato la tua parte più fragile perchè probabilmente ti era impossibile trattenere il dolore. Per quante tu ne abbia viste nella tua vita, ogni piccola delusione per te era dolore puro. Una sensibilità così grande mischiata a coraggio e determinazione.

Io vedevo che soffrivi per la poca considerazione che veniva riservata, sicuramente ti sentivi sola, ti sarà mancato che solo tu potevi sapere quanto. Ma non era solo questo, eri bombardata da ricordi che facevano tanto male.

Quando tu finivi di rassettare la cucina e io ero seduta al tavolo a disegnare mi raccontavi la storia del tuo passato, alle volte mi raccontavi di quando eri bambina, a soli sei anni dovevi già accudire i tuoi fratelli e accendere il focolare, quindi di conseguenza andare a prendere la legna fuori e iniziare a imbastire la la cena perchè i bisnonni erano a lavorare la terra e curare il bestiame e portare al mercato il raccolto prodotto perciò le faccende di casa toccavano a te. Per andare a scuola dovevi percorrere tre chilometri a piedi e d’inverno erano con gli zoccoli di legno in mezzo alla neve, , libri sotto braccio tenuti da un elastico e via a scuola. Mi dicevi che non andavi proprio benissimo, sei stata bocciata in quinta elementare ma non ricordo se fosse per qualche malattia. Eri mancina come me, perciò ti forzarono a scrivere con la mano destra legandoti la sinistra dietro la schiena, nel caso in cui non fosse stata legata e ti avessero visto usare la sinistra avresti presto delle bacchettate proprio su quella mano da farti capire che era sbagliato usarla. Ne prendesti di bacchettate e imparasti a scrivere con la destra. Non avevi una bella calligrafia e facevi fatica, ma con la sinistra non riuscivi più ascrivere, dicevi così, ormai avevi imparato con la destra.

Mi ricordo di un’altra volta che mi avevi raccontato che c’era un parente, credo un cugino, all’ospedale che stava morendo, e mi ricordo che rimasi scioccata dal tuo coraggio oltre che dal racconto stesso, perchè quest’ uomo stava morendo mentre vomitava sangue e tu sei rimasta lì e lo hai anche lavato e vestito dopo, perchè funzionava così, non usavano le pompe funebri, spettava ai familiari e siccome non tutti se la sentivano lo hai fatto anche per altre persone in paese.

Questo nonna penso sia uno dei racconti che dimostrano quanto la tua sensibilità tocchi dei livelli quasi onirici, siamo alla fine della guerra, tuo fratello era stato spedito in Russia, è un’ infinità di tempo che non si hanno notizie, forse anni, ma un giorno ti senti che sta tornando, ne sei convinta, lo sai, sei incinta di mamma e fai storie perchè tu devi assolutamente andare alla stazione, STA ARRIVANDO CARLO! Ti precipiti e dopo anni di patimenti, finito prigioniero in un campo russo, passo a mangiare tarassachi e radici per sopravvivere, senza considerare il freddo e la violenza subita, inferta e vista, eccolo, unico superstite di quel plotone di Strevi alla stazione e tu lì ad aspettalo. Non è lo stesso Carlo che conoscevi, non lo sarà mai più, si sveglierà di notte urlando per gli incubi che lo tormentano e lo faranno per tutta la vita.

Ott 18, 2019 - Senza categoria    No Comments

Passato fuso col presente chiude gli occhi al futuro

Quando il passato riesce a infestare la capacità di pensiero, si crea un meccanismo di continuo paragone col presente, ad esempio come non potrà mai essere come vent’anni fa, vuoi per cause di forza maggiore come per la dipartita di persone care, o più semplicemente perchè le cose mutano, cambiano come le stagioni, fanno cadere le foglie dagli alberi per poi farli ritornare floridi e con fiori bellissimi e frutti ancor più buoni, vedi i ciliegi. Ma allora, cos’è che fa inceppare il meccanismo della naturale maturazione e l’accettazione del progresso e quindi il conseguente avanzare del tempo e della vita? Forse la paura di lasciarsi indietro gli altri? La paura di fare errori e la conseguente ansia del poter rimediare? La paura di invecchiare e quindi di morire e quindi sostanzialmente della fine, la fine del tempo…Non ne sono sicura, queste domande che mi pongo mi fanno friggere il cervello, so che la risposta sta nel vivere, bisogna vivere il presente, senza pensare al passato, ciò che è stato non torna, anche questo secondo appena passato è andato e non bisogna pensare al futuro con troppe pretese, pianificando ogni attimo o ogni prospettiva perchè potrebbero cambiare le carte in tavola da un momento all’altro lasciandoci in mano un pugno di sabbia. L’unica cosa che penso di voler fare è solo ciò che mi sembra rispettoso per le mie scelte del momento senza danneggiare il prossimo cercando di imparare dagli errori passati e non sperando troppo nel futuro, perchè procrastinare non serve a nulla.